- Silvia Torricelli

- 15 feb
- Tempo di lettura: 10 min
IL «GENIO» ARTISTA E L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Kant, l'Etica e la Macchina Creativa

Il «Genio» Artista e l'Intelligenza Artificiale sono tra i protagonisti della più grande rivoluzione tecnologica della storia dell'umanità. È attraverso le diverse posizioni filosofiche e il loro confronto, che si vuole orientare alla presa di coscienza che la questione in gioco non è più tecnica. La domanda da porci non è: Intelligenza Artificiale sì oppure no, bensì come. La risposta che deve seguire deve avere una valenza etica. L'uomo ha in mano un'enorme responsabilità per le generazioni future e l'urgenza di definire nuove regole e paradigmi deve poggiare su principi sostenibili. L'artista ha l'opportunità di creare oltre le sue umane capacità, ma l'originalità deve rimanere alla base delle sue creazioni per evolversi in un «Genio» sempre più «Genio», dotato di cervello e sensazioni, doti innate che solo madre natura può generare e non programmare.
"La domanda da porci non è: Intelligenza Artificiale sì oppure no, bensì come. La risposta che deve seguire deve avere una valenza etica."
1. Introduzione: il caso Refik Anadol
Nell’era dell’Onlife dove l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale è entrato nell’uso comune, è
importante secondo il mio punto di vista di curatrice d’arte, invitare alla riflessione su come si pone l’artista di fronte alla macchina. Il Moma di New York nell’ottobre 2023 ha acquisito la prima opera di Arte Generativa per la sua collezione permanente, si tratta di Unsupervised (Non Supervisionato) dell’artista turco-statunitense Refik Anadol. Un’opera viva da mezzo milioni di dollari realizzata dall’artista con l’uso dell’intelligenza artificiale, che processa in autonomia oltre 200 anni di Museo e 180mila opere d’arte, creando un’unica forma astratta, che si muove continuamente plasmata da
fattori esterni (le condizioni meteo di Manhattan, il movimento dei visitatori, la luce e i suoni ambientali) in tempo reale. Unsupervised è visionaria: esplora la fantasia, l’allucinazione e l’irrazionalità, creando una comprensione alternativa della creazione artistica stessa. In questo contesto ci domandiamo se per l’artista, l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale sia un’opportunità per ampliare le proprie conoscenze, portando l’arte ad un livello di sublime tecnologico oppure se lo strumento possa diventare preponderante sull’uomo fino ad immaginare
una sconfitta dell’umanità da parte delle macchine. Quello che vuole essere lo scopo del presente elaborato, è l’urgenza di affrontare la questione sulla relazione tra l’artista «Genio» partendo dalla definizione di Kant, e l’intelligenza artificiale, affermando l’importanza dell’uomo con le sue doti naturali e il talento non programmato che lo distinguono dalla macchina.
Definiendum: il «Genio» Artistico di Kant
Kant (1724-1804) definisce che «Il genio è il talento (dono naturale) che dà la regola all’arte. Poiché il talento, come facoltà produttrice innata dell’artista, appartiene anche alla natura, ci si potrebbe esprimere anche così: il genio è la disposizione innata dell’animo (ingenium) per mezzo della quale la natura dà la regola dell’arte. [...] Il genio è il talento di produrre ciò di cui non si può dare una regola determinata, non un’attitudine particolare a ciò che può essere appreso mediante una regola; per conseguenza, l’originalità è la sua prima proprietà».
«Inventare qualcosa è del tutto diverso dallo scoprire. Infatti, la cosa che si scopre, si ammette come già preesistente, solo che ancora non era conosciuta. Ora il talento di inventare si chiama genio. Ma si dà sempre questo nome soltanto ad un artista, cioè a colui che soltanto conosce e sa molto; però non lo si dà a un artista che soltanto imita, bensì a uno che è atto a produrre in modo originale l’opera sua»
Intelligenza Artificiale: che cosa è?
La Stanford University nel report IA Index 2025 afferma che «l’Intelligenza Artificiale è
intesa come l’insieme di sistemi e modelli computazionali in grado di svolgere compiti che richiedono capacità tipicamente umane, come percepire, ragionare, prendere decisioni e apprendere da dati, incidendo in modo crescente su società, economia, scienza, medicina e governance globale». Nello specifico dell’ambito artistico le Macchine Intelligenti sono Generative, dette anche Gen-AI e utilizzano big data e algoritmi per creare output che diventano opere d’arte o costituiscono parte del processo artistico di creazione. Gli strumenti d’arte digitale più utilizzati da parte degli artisti a livello globale sono le piattaforme di Midjourney, ChatGPT, Nano Banana AI, Suno AI, Runways AI Video Generation e FLUX AI. L’EU AI Act nel 2024 ha definito i modelli di AI creativi come quelli progettati per «Generare, con vari livelli di autonomia, i contenuti quali testo, immagini, audio o video che possono presentare un elevato grado di somiglianza con contenuti creati da essere umani». Un celebre esempio di opera d’arte generata dall’intelligenza artificiale è il «Ritratto di Edmond de Belamy» del 2018, diventato famoso in quanto i suoi autori (un collettivo di tre artisti francesi) invece di firmare il quadro con il proprio nome, ha inserito la formula matematica del modello utilizzato per generare l’immagine. Di fatto si tratta della prima opera al mondo con una firma che è un algoritmo. L’oggetto è stato battuto all’asta a New York da Christie’s per un valore 432.500 dollari partendo da una base d’offerta di
7.000-10.000 dollari. Alla luce di quanto sopra in che rapporto stanno l’uomo e la macchina?
Teorie a favore dell’unicità dell’essere umano intelligente
Per rispondere alla domanda, non possiamo non partire dalla posizione di uno dei più noti esperti a livello mondiale di temi quali l’etica dell’informazione e dell’intelligenza artificiale, il Professore Luciano Floridi, secondo cui l’intelligenza artificiale (Agency without Intelligence) è un agente capace di agire in modo efficace, ma senza coscienza né intelligenza. In questi termini la relazione tra uomo e macchina si evolve diventando una collaborazione tra agenti, dove l’uomo mantiene il controllo e la responsabilità, mentre la macchina esegue in modo sempre più efficace i compiti che gli vengono impartiti dall’intelligenza (uomo) attraverso il calcolo statistico e
computazionale. Il problema che pone Floridi è il rischio di antropomorfizzazione13 generato da una potenziale distorsione della relazione che può scaturire quando l’uomo affida alla macchina attività sempre più complesse incluse le questioni sull’etica. Nel libro Etica dell’Intelligenza Artificiale, Floridi scrive che la relazione è in equilibro quando è impostata per progettare macchine utili all’umanità ma senza
pretendere che siano umane. Sul piano artistico ne consegue che l’artista uomo rimane centrale in quanto unico soggetto, dotato di una visione e in grado di portare significato all’opera, la macchina d’altro canto può creare opere di altissimo livello ma non ha il senso di quello che crea. Ciò che fornisce la macchina è puro calcolo.
Se affrontiamo il tema da una prospettiva più interdisciplinare, è rilevante quanto emerge dal film-documentario Wider than the Sky (Più grande del cielo), regia di Valerio Jalongo che pone la domanda: «Che cosa rende unico un essere umano?» La risposta e il filo conduttore di tutto il film, sarà la coscienza, intesa come allucinazione controllata ossia l’insieme delle sensazioni umane, pari al 95% delle emozioni che l’uomo percepisce tramite il cervello. Tale considerazione si basa sugli studi di neuroscienze, filosofia della mente e robotica, da parte del Professore Antonio Damasio presso la University of Southern California di Los Angeles, che contribuisce in modo determinante ad un cambio di paradigma nella relazione emozioni e mente per cui, sono i sentimenti generati dal cervello che permettono all’uomo di essere unico rispetto alla macchina e di prendere decisioni razionali. Damasio afferma che «Non si può studiare la mente umana pensando che sia separata dal
corpo». Ne consegue che non è possibile comprendere il cervello togliendogli il suo legame profondo con i sentimenti. La rivoluzione del professore ha ribaltato le precedenti teorie sul dualismo mente e corpo che erano focalizzate sullo studio del cervello come se fosse un computer ovvero una macchina. Alla luce degli studi di Damasio, il corpo in questo contesto non è più involucro bensì è quello che ci rende umani con la sua fragilità, la sua bellezza e la sua complessità.
Transumanesimo e artisti macchine
È la posizione di Arthur I. Miller, Professore di Filosofia della Scienza presso la University
College of London, che ci porta ad osservare la questione da una differente prospettiva secondo cui l’artista che usa l’Intelligenza Artificiale accede ad un livello di creatività aumentata diventando più «Genio». La macchina non è più mero strumento ma diventa partner dell’uomo che ha l’opportunità di portare l’immaginazione oltre le proprie capacità e limiti biologico-culturali. Artista e intelligenza artificiale entrano in simbiosi e «l’artista del futuro è un ibrido che usa l'intuizione umana per guidare
la potenza di calcolo della mente aliena della macchina. L'uomo fornisce l'intento, la macchina fornisce la variazione infinita». Quello che Miller sostiene nel suo libro, The Artist in The Machine: The World of AI Creativity spinge il discorso fino al punto in cui, un giorno le macchine non avranno più bisogno dell’uomo per la creazione di opere d’arte, perché saranno i computer stessi dotati di Intelligenza Artificiale ad essere gli artisti del futuro. Al contrario di quanto pensa Kant e cioè che la genialità è innata e originale, per il Professore la creatività non è mera caratteristica degli uomini bensì consiste in un
processo di elaborazione di dati, che le macchine possono imparare e portare ad uno sviluppo migliore degli esseri umani. Il movimento filosofico del Transumanesimo è il contesto in cui si inserisce il pensiero di Miller che immagina un artista Transumano, ovvero un uomo dotato di chip il cui scopo non sarà più di quello creare o sperimentare con la pittura e la scultura bensì allenare gli algoritmi. Le future opere d’arte saranno realizzate da menti ibridi e l’uomo, solo grazie alla macchina, potrà superare sé
stesso e produrre opere impossibili all’artista «Genio» di cui alla definizione di Kant.
Conclusioni
Se prendiamo come assunto il pensiero di Feuerbach per cui l’uomo per sua natura tende ad andare oltre i propri limiti e proietta in Dio l’immagine della perfezione, allora non ci troveremo così lontani dalla posizione di Miller che vede nell’Intelligenza Artificiale quella macchina creativa in grado di potenziare l’artista spingendolo verso una perfezione che lui stesso non potrebbe mai raggiungere in termini di tempo e da solo. D’altro canto, è necessario che sul piano etico vengano rispettati i paradigmi e le regole a livelloglobale affinché l’uso che l’uomo può fare della macchina avvenga in modo sostenibile. Se così non fosse, rischiamo di trovarci a guidare un mezzo dalla potenza inaudita senza conoscerne i limiti e di andare incontro a scenari di disallineamento catastrofico.
Sulla questione la posizione più costruttiva di Floridi diventa cruciale e va letta come
responsabilità e opportunità che l’uomo ha nella progettazione di una nuova e corretta architettura del sistema in qualità di agente morale. L’unicità dell’essere umano risiede nella sua capacità di dare un senso alle azioni. È sotto questo profilo che la relazione tra uomo e macchina va pensata e non, in termini di risultato.
Il collegamento con il pensiero di Kant per cui «Agisci in modo da trattare l'umanità, sia nella tua persona sia nella persona di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo», è coerente e appropriato in relazione all’argomento.
La filosofia assurge oggi un ruolo centrale nel dibattito e affianca l’uomo nella più grande rivoluzione tecnologica che l’umanità abbia mai vissuto. È necessario che sempre più artisti e filosofi siano coinvolti in questa trasformazione per il principio di responsabilità che è proprio dell’uomo. Come afferma Damasio «Il cervello lavora come una grande orchestra senza direttore». L’immagine della metafora del cervello come orchestra rappresenta la complessità del lavoro collettivo che avviene nella coscienza e che dovrebbe informare l'intelligenza artificiale e il suo funzionamento da parte dell’uomo che programma la macchina. Questo pensiero è una visione che
valorizza l’uomo, il suo talento e la responsabilità delle sue azioni.
La conclusione ci porta ad un passo di Omero tratto dall’Iliade «Teti dai piedi d’argento giunse alla casa d’Efesto eterna, risplendente, pregiata fra gli immortali, tutta di bronzo, che s’era fatta lo zoppo con le sue mani. Lo trovò che girava tra i mantici tutto sudato, indaffarato: faceva ben venti tripodi, che stessero in piedi lungo le mura del livellato salone, ed alla base di ognuno metteva rotelle d’oro, perché da soli potessero andare al concilio divino e poi fare ritorno nella sua casa, meraviglia a vedersi»-
Non fu allora il poeta greco, il primo genio nell’inventare gli automi anticipando di oltre
duemilacinquecento anni la nascita della robotica?
Torniamo a Kant e alla sua tesi: chi è il «Genio Artista»? Colui che inventa e lo fa per le sue doti originali innate che lo distinguono come essere unico. Passano i secoli ma il senso della genialità secondo Kant è oggi più attuale che mai. L’artista con il super potere dell’IA è vero, che è sempre più «Genio» ma non lo è in virtù della macchina bensì del suo talento che è innato, irriproducibile e non programmabile.
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Silvia Torricelli Lugano, Gennaio 2026
Questo saggio è parte della ricerca accademica e filosofica condotta presso l'Università della Svizzera italiana (USI). Esplora le fondamenta teoriche che guidano la mia pratica curatoriale e la direzione strategica di Yuri Catania Studio e CasaGalleria.ART.
